Probabilmente Google se ne và dalla Cina.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Alcuni hacker cinesi hanno tentato di violare un certo numero di indirizzi email di dominio googliano appartenenti ad attivisti per i diritti umani.

Ma non sembrano essere state le prime incursioni da parte di cinesi sui territori del colosso del web americano, la società della Silicon Valley parlerebbe di almeno altre 20 società violate da attacchi provenienti dal territorio cinese.

E così Google prende la palla al balzo e fa sapere al governo cinese che non intende più passare al setaccio le informazioni che il popolo cibernauta cinese ricerca con il suo motore.
Ed è tutto un cader di tessere, come nel domino: se Google non permette il filtraggio delle informazioni da parte dei cinesi che lo utilizzano ufficialmente và contro le leggi ed i regolamenti imposti per il web dal governo cinese, e se viola la legge cinese è costretto a chiudere ed a fare le valige. E non a torto, per chi come Google è sensibile alla libertà di informazione e di “surfing”. Il governo cinese infatti gli ha sempre imposto una certa censura di informazioni ritenute scomode; ecco quindi che per accedere ad un popolo di 300 milioni di potenziali utenti, la società in rete ha accettato di istallare dei software che filtrano automaticamente gli accessi, evitando per esempio termini o interi siti ritenuti dannosi per la propaganda del regime con gli occhi a mandorla.

Google in realtà è in Cina soltanto da 4 anni scarsi con google.cn, e non è protagonista assoluto delle loro ricerche su internet, come avviene nel mondo occidentale.

Esiste un altro motore di ricerca, nato e gestito in Cina, Baidu, che viene ancora utilizzato massicciamente dagli internauti e che, ovviamente, è il cocco del governo per segue, da autoctono, l’intero disciplinare statale per la censura delle informazioni.

Questa è la notizia, e le conseguenze? E l’immagine del governo cinese davanti all’opinione pubblica? E le ondate di malcontento degli stessi cinesi “evoluti”?

Pochi si sono chiesti cose del genere, e ancora meno han marcato un punto fondamentale, che sembra perdersi di vista davanti alla stazza dei giocatori in campo.

Google è stata la prima società a parlare a voce alta di un problema che la Cina si porta avanti da sempre: un passo avanti in fatto di produzione, industria e senso del dovere, dieci passi indietro in fatto di libertà e diritti civili di chi ci vive, quasi 22 volte il numero di italiani.

Google ha dissotterrato il problema, l’ha reso pubblico, e pubblicamente si è schierata contro questo stato di cose, andando oltre la giustificazione ufficiale che carezza il comportamento dello stato cinese.
C’è qualcuno (tanti) che pensano che non sia una mossa tanto azzardata imporre la censura sui contenuti del web; c’è del resto tanto schifo nella rete, coperto da pubblicità patinate e servizi utili ai comuni mortali, che vietarne l’accesso a priori ad una mandria altrimenti indisciplinata di persone sembra più semplice e veloce che cercare invano di educarli tutti ponendoli al livello di esseri pensanti ed intelligenti.

Il governo avrà pensato bene di utilizzare il bastone e la carota virtuali, proprio come gli antichi saggi, solo che il bastone è chiaro a tutti, ed è davvero molto pesante, e la carota?
Quella i cinesi probabilmente la stanno ancora cercando.