Può succedere che la televisione italiana non abbia più idee.

Può succedere anche che la stessa televisione abbia esaurito anche tutti gli spunti (leggi possibilità di scopiazzamento) che arrivano dai format stranieri.

E quando questo succede, altro che la fine del mondo, gli occhi degli autori televisivi si posano su quanto esiste di ancora un minimo interessante nella nostra nazione, con l’arduo compito di mostrare qualcosa che non sia spazzatura, gossip o corpi rifatti di giovani e meno giovani donzelle.

Questa volta pare che dopo cantanti, ballerini, artisti e giocolieri, sia la volta di un ambito non ancora esplorato, quello delle Start Up.
Il nome è stato scelto (con un sacco di fantasia), il montepremi pure (un bel po’ di soldi quelli in palio), quello che ancora non si capisce è il motivo per cui una idea appena nata debba essere offerta al pubblico ludibrio ancora prima di diventare business.

Start Up (si, è proprio questo il nome, provvisorio, del talent show), si prefigge di seguire l’iter che conduce dal briefing all’azienda fatta di una serie di start up, poco importa se in Italia la confusione ed i problemi di fronte a chi trova il coraggio di creare business partendo dal niente siano ancora piuttosto grossi, l’importante è che ci sia carne al fuoco per produrre almeno 4 puntate per la rete nazionale.

Che sia una scelta dettata dallo sforzo di sollecitare qualche piccola grande rivoluzione all’interno della burocrazia italiana, la quale, chiamata presto in causa, si spera, potrebbe impegnarsi, come una matrona un po’ civettuola, a sistemare un po’ le cose ed a dare, finalmente, la possibilità alle idee italiane di spiccare il volo senza lasciare la nazione.